Quenelle di baccalà e sedano rapa: bentornati anni '90!



Ogni tanto mi piace prendere ricette dalle riviste di cucina seguendo quasi* alla lettera quanto viene proposto. Per verificare l’attendibilità, anche se dalla lettura dei dosaggi e dalle immagini sembrano ottime preparazioni. In questo caso l’idea si è rivelata infatti molto gustosa, di facile esecuzione e divertente anche come proposta primaverile. La ricetta si trova su “La cucina italiana” del mese di Febbraio (ricetta di Davide Novati).

L’abbinamento baccalà-sedano rapa è una vecchia conoscenza per chi si diletta di cucina. Da fine anni ’90 ha spopolato nei ristoranti che seguivano le mode del momento, quanto meno qui a Roma. Complice la “scoperta” di questo ortaggio, il cui sapore fresco, che vagamente ricorda il carciofo, con sentori di menta, si sposa al gusto deciso di uno dei pesci più amati.

In questa versione, in cui i due ingredienti sono mantecati e poi passati in forno, si ottiene l’effetto di una nuova consistenza delle materie prime, cremosa all’interno e croccante in superficie; un’idea che può attrarre anche i bambini, soprattutto se proposta in forme divertenti, per esempio usando stampini di varie forme (la densità dell’impasto lo permette).

Per fare le quenelle è sufficiente avere due cucchiai da minestra, prelevare una quantità di composto sufficiente a riempire il primo cucchiaio per metà e ripetere più volte il gesto di prelevare l’impasto con il secondo cucchiaio, come se si volesse svuotare e ripulire completamente il primo. Questo passaggio dall’uno all’altro cucchiaio determina la forma tipica definita “quenelle”.

Una considerazione sul pane grattato. Può essere evitato e sostituito con erbe, spezie o fiori, come ho fatto io aggiungendo all’insalata dei fiori di malva, più adatti al periodo primaverile. Ma se decidete di usarlo come nella ricetta origiale, è importante che sia fatto in casa, con pane secco avanzato e frullato nel mixer con un pizzico di sale e rosmarino tritato; a me piace che sia irregolare, tritato grossolanamente. Il pangrattato comprato, avendo una grana molto fine rischia di ammorbidirsi durante la cottura senza diventare croccante, mentre è proprio la crosticina tostata l’effetto che si vuole ottenere, in contrasto con la morbidezza della quenelle.

*Nella ricetta il latte di cottura per baccalà e sedano rapa non è aromatizzato; io ho aggiunto scalogno, alloro e pepe in grani. Al posto del pane grattato ho usato dei fiori di malva, per un aspetto primaverile e perché volevo servire le quenelle a temperatura ambiente. La versione con il pane grattato è ottima, specie se il pesce viene servito appena sfornato.






Ingredienti per 4 persone (circa 12 quenelle)  

 800 g di latte intero fresco, 500 g di baccalà dissalato, 500 g di sedano rapa, 1 scalogno, 1 foglia di alloro, qualche chicco di pepe in grani, 2 cucchiai di olio extra vergine di oliva delicato, 2 cucchiai di pane grattato fatto in casa, sale qb:

Togli la pelle e la lisca centrale o eventuali altre lische presenti al baccalà e taglialo in grossi pezzi; priva della buccia il sedano rapa, sciacqualo e taglialo in grossi pezzi. In una casseruola dai bordi alti porta a bollore il latte con scalogno, alloro e pepe e fai cuocere dolcemente per 20 minuti circa (il sedano rapa dovrà risultare tenero se infilzato con una forchetta. Togli il sedano rapa e il baccalà dal latte e frullali con un frullatore a immersione, aggiungendo l’olio e quel poco di latte di cottura sufficiente a rendere il composto omogeneo ma denso. Aggiusta di sale, forma le quenelle, adagiale su una placca ricoperta con carta da forno e spolverizza con il pane grattato. Aggiungi un filo d’olio e inforna a 180 °C per 5 minuti, poi converti nella funzione “grill” e prosegui per 10 minuti circa (fino a leggera doratura del pane).


Sforna e adagia le quenelle su un letto di insalata di stagione mista. 

Il piatto si presta anche ad essere servito a temperatura ambiente, permettendo di essere preparato in anticipo e sostituendo al pane grattato spezie ed erbe tritate.





Cookies al cioccolato con frutta secca e arachidi salate







Vi propongo una ricetta che mi ha convinta al 100 % per più di un motivo: sono buonissimi e assomigliano in modo impressionante a dei biscotti che mangiavo anni fa a Londra; contengono la frutta secca e le arachidi salate che li rendono gustosi, pastosi e sapidi (effetto dipendenza), hanno una quantità di cioccolato equilibrata rispetto al resto degli ingredienti, sono croccanti ma per nulla duri.

La ricetta è del bravissimo Marco Antonelli, Resident Chef della Scuola Metro Academy di Roma, la cui creatività e accuratezza tecnica sono espresse attraverso la simpatia e un grande entusiasmo; ti trascina e ti contagia, trasmettendoti il desiderio di replicare tutto quello che propone.


E quindi ecco cosa fare per realizzare circa 40 cookie di 7 cm di diametro


400 g di farina 00, 415 g gocce di cioccolata 215 g di burro morbido, 175 g di zucchero integrale di canna, 150 g (circa) di mandorle + nocciole + arachidi salati tritati grossolanamente, 110 g di uova, 30 g di farina di mandorle, 5 g di lievito chimico per dolci, 1 stecca di vaniglia:
In una planetaria munita di gancio metti il burro morbido e lo zucchero integrale, fai amalgamare, aggiungi le uova poco alla volta e continua ad impastare per 10 minuti circa; unisci la farina setacciata con il lievito e l’interno della bacca di vaniglia, continuando la lavorazione dell’impasto. Incorpora la granella di cioccolato e di frutta secca e amalgama il minimo necessario a distribuire e compattare il tutto.

Per formare i cerchi dei cookie puoi procedere in due modi:
1- Stendi tra due fogli di carta da forno allo spessore di 4 mm circa e lascia raffreddare in frigorifero per un’ora (o alcuni minuti in abbattitore). Con l’aiuto di un coppapasta ricava dei dischi dalla frolla stesa. Impasta e stendi i ritagli di nuovo per formare altri cookie.
2- forma dei cilindri del diametro del biscotto, lasciali in frigorifero chiusi nella pellicola trasparente a raffreddare e tagliali allo spessore di 4 mm.

Puoi cuocere su teglia microforata munita di silpat in forno ventilato a 170 °C oppure su una placca rivestita di carta da forno in forno statico a 180- 190 °C 








Terrina "interrata" , con funghi, tuberi e radici




Sono pronta anche io per la terra, dopo la terrina. Ci sono invecchiata due giorni in cucina. Considerando l’età di partenza non sono pochi, due lunghissimi giorni, a cui aggiungere l’acquisto della teglia apribile, poi non utilizzata. Bene, tutto ciò significa una sola cosa: che ho tempo libero da far invidia ad un sacco di gente. Tempo ben speso per L'Mtcallenge n°64 e per la proposta di Giuliana Fabris nel cui sito La Gallina Vintage trovate un "manuale" completo sulle terrine, per risolvere qualunque dubbio o incertezza abbiate in proposito. Certo poi solo l'esperienza produce i risultati che vedete nei suoi post. Altro che un paio di giorni.... 






Tornando a noi, ho copiato di sana pianta l’idea della copertura della terrina a base di semicerchi alternati e saprete certo da chi, un’icona che splende nel firmamento gastronomico, così come quel suo piatto a cui mi riferisco e al quale il mio somiglia a malapena. Omaggio dovuto.

Il resto della ricetta nasce dall’idea di partenza, la terra. Quindi funghi, tuberi e radici. Pensate a quello strato di lettiera e humus che spesso visualizziamo come incolore, scurissimo e tetro e che invece è costellato di “oggetti” coloratissimi, in cui si alternano tutte le gradazioni del giallo delle patate, degli arancio e viola delle carote e della patata americana, fino al bianco quasi trasparente del daikon e delle rape, e ancora il rosso e il verde-blu di altre varietà di tuberi e radici. Un’immagine piuttosto “pop”, che potrebbe far pensare all’assunzione di altro genere di funghi… Ma no, ho usato solo ingredienti ammessi per legge e non nocivi alla salute.

L’abbinamento alle erbe da un lato e ai latticini cremosi e freschi dall’altro è quasi d’obbligo. Forse scontato, ma funziona, perché completa dal punto di vista aromatico e delle sostanze grasse una terrina altrimenti troppo “povera”, senza stravolgerne il sapore.


La terra di crumble rappresenta il pane per questo companatico, il legante tra vegetali e formaggi. La segale, rustica e forte, è la farina adatta ad esso. 





Informazioni tecniche

-La cottura dei vegetali in sottovuoto o comunque non a diretto contatto con l’acqua impedisce l’assorbimento di liquidi; anzi, fa sì che ne rilascino in parte, permettendo alla terrina di non averne in eccesso.

-La gelatina Gelly di Texturas è una gelatina alimentare di origine bovina a 200 Bloom e si attiva una volta scaldata alla temperatura di 90 °C circa. Come le altre gelatine, una volta solidificata, inizia a sciogliersi se scaldato oltre i 40°C. 

- La cottura dei vegetali deve risultare “al dente” e non uniforme (per esempio, il tempo di cottura di carote e patate non è lo stesso); questo non impedisce il taglio della terrina e apporta una piacevole alternanza di consistenze rispetto al morbido dei funghi.

- I funghi, a parte alcune specie che possono essere reperite in questo periodo, non sono di stagione. Ma se ne trovano di ottimi congelati, ai quali è possibile aggiungere una piccola parte di secchi, a patto che non superi il 5-10 %.

-Il crumble è un elemento interessante: si abbina alla morbidezza della terrina, può essere tagliato (si può coppare senza rompersi); e usato come base di appoggio su cui servirla oppure farcito con le creme come fosse una tartina.

-Gli scarti: tutti i ritagli dei vegetali sono stati tagliati in piccoli pezzi e saltati in padella con una brunoise di cipolla rossa. Ottimo contorno per il giorno seguente. Anche un poco di crema di mozzarella e basilico avanzata è finita a condire uno spaghetto. Ho aggiunto due pomodori secchi. Non si spreca nulla.






Ingredienti per 4-6 persone (terrina di dimensioni 17 x 10, h 6 cm)

Per la terrina di funghi e “sottosuolo”

450 g di funghi misti, 150 g di daikon, 150 g di patata gialla, 150 g di carota viola, 150 g di patata americana, 6 foglie di verza, 1 spicchio d’aglio diviso a metà, 2 rametti di timo, 1 rametto di mirto, 2 rami di prezzemolo, 1 rametto di origano, 1 rametto di rosmarino, 3 cucchiai d’olio, 5 g di polvere di gelatina Gelly Texturas
Se i funghi sono freschi, tagliali a coltello in piccoli pezzi di 2 cm di lato circa e saltali in padella a fuoco vivo con aglio e olio fino a rosolarli da ogni lato; con i funghi surgelati già tagliati in pezzi, mettili subito in padella rovente senza scongelarli preventivamente e portali a cottura fino a completa evaporazione dell’acqua che potranno emettere durante la cottura. Unisci la polvere di gelatina. Taglia a coltello una metà dei funghi e frulla con un frullatore ad immersione la seconda metà fino ad avere una crema, Unisci i due composti e lascia raffreddare. 
Taglia radici e tuberi in fette circolari di 1 mm di spessore, chiudile separatamente in buste sottovuoto (o plastica adatta a cottura), aggiungendo in ogni busta le erbe aromatiche e cuoci a bagnomaria a temperatura di 120 °C per 20 minuti circa. Estrai i vegetali dalle buste, tagliali con un coppapasta in modo da formare semicerchi di uguale diametro (circa 4 cm) e adagiali su un vassoio ricoperti con carta da forno. Te ne serviranno 15-18 per ogni vegetale (due strati in cottura + 1 strato di guarnizione, facoltativo).
Sbollenta le foglie di verza in acqua salata per 5 minuti (il tempo necessario ad ammorbidirle), freddale in acqua e ghiaccio e asciugale con carta assorbente.
Ungi il contenitore in ceramica apposito con dell’olio, rivestilo con le foglie di verza in modo che una parte di esse fuoriesca dai lati del contenitore e inserisci all’interno metà del composto di funghi; livella la superficie e ricopri con uno strato di radici e tuberi, alternando i semicerchi. Fai un secondo strato di crema di funghi e concludi con i vegetali. Ricopri la superficie con i lembi delle foglie di verza e chiudi la terrina con il coperchio forato. Metti in forno a 170 °C a bagnomaria, fino a raggiungere la temperatura di 75 °C al cuore.
 Sforna, togli il coperchio e lascia raffreddare con un peso adagiato sopra che permetta al composto di compattarsi.  Mantieni in frigorifero per almeno 12 ore. Prima di servire la terrina taglia via le foglie di verza di copertura e guarnisci con altri semicerchi di vegetali.







Per la terra di pane (crumble)

150 g di pane di segale integrale ai semi di girasole (tipo morbido, nelle confezioni in fette pretaglaite), 70 g di burro, 35 g di farina di semola di grano duro rimacinata a pietra, 5 g di cacao amaro, sale qb
Frulla il pane nel cutter, dando impulsi brevi e in sequenza, fino ad avere briciole grossolane (più grandi di un comune pane grattato), aggiungi il burro appena ammorbidito e amalgama con le mani o in planetaria; unisci le polveri e il sale, compatta velocemente come nella lavorazione di una frolla e stendi tra due fogli di carta da forno allo spessore di 3-4 mm. Lascia raffreddare in congelatore per 20 minuti circa, preriscalda il forno statico a 170 °C e fai cuocere il crumble così steso, su di una teglia rivestita con carta da forno per 30 minuti circa (è pronto quando al tocco risulta rigido). Sforna e lascia raffreddare. Sbriciolane una parte per creare la terra di guarnizione per il piatto. Mantieni il resto come biscotto salato per accompagnare la terrina, la spuma e la crema.



Spuma alla paprika
250 ml di panna liquida, 70 g di formaggio robiola fresca, 1/2 cucchiaino da caffè di paprika piccante, ½ cucchiaino da caffè di paprika dolce, pepi misti macinati, 1 cucchiaio di olio extravergine di oliva, sale qb: unisci tutti gli ingredienti, tranne 100 ml di panna, nel bicchiere del frullatore ad immersione ed emulsiona fino ad avere una crema liscia e compatta; aggiungi poco per volta il resto della panna fino ad ottenere un composto cremoso e fluido e del sale se necessario. Versa in un sifone per spume, carica con due fiale di azoto e lascia in frigorifero fino a un’ora prima di servire (la spuma deve essere a temperatura ambiente).



Crema di fior di latte
300 g di fior di latte, 150 ml di panna liquida, 100 ml di olio extra vergine d’oliva, 30 g di foglie di basilico fresco, sale qb: sbollenta le foglie di basilico per 1 minuto in acqua salata, scolale e freddale in acqua e ghiaccio, frullale per pochi secondi in un mixer o con un frullatore ad immersione insieme all’olio. Lascia da parte per qualche ora. Passa il composto al colino fine per estrarre tutto l’olio aromatizzato al basilico. Frulla il fior di latte e la panna insieme all’olio, aggiusta di sale e mantieni in frigorifero fino al momento di servire la terrina. 




Gelatina di copertura

100 g di acqua, 2-3 g di Gelly Texturas: portare l’acqua alla temperatura di 70 °C, togliere dal fuoco, aggiungere la gelatina in polvere miscelando fino a completo scioglimento, far raffreddare fino a 35 °C e versare sulla terrina fino a coprirne la superficie superiore. Mantenere in frigorifero fino ad un’ora prima di servire. 





Nota:  il famoso piatto  a cui mi sono ispirata è la Cocotte di verdure di Alain Ducasse, ça va sans dire.



Fonduta, raclette e tartiflette




Tre ricette per tre nazioni, diverse e affini al tempo stesso, in un gioco elementi di contatti e contrasti che da sempre contraddistingue la mappa variegata della gastronomia: Italia, Francia e Svizzera si toccano nella regione geografica che comprende la provincia di Aosta, l’Alta Savoia e il Cantone Vallese e si fondono, è proprio il caso di usare questo termine, nelle preparazioni in cui i formaggi vengono fatti sciogliere per gustarli in una nuova consistenza, quasi a riportarli alla loro origine liquida, di latte, ma con tutta la ricchezza degli aromi che le lavorazioni dell’uomo e i mesi di stagionatura gli hanno conferito.
Tre ricette che richiamano alla convivialità, alle cene tra amici intorno alla tavola e alla condivisione del cibo.


In Valle d’Aosta troviamo la Fontina DOP, un formaggio a latte crudo, a pasta semidura e pressata, grasso in quanto ottenuto da latte vaccino (razza Valdostana) intero di una sola mungitura, la cui percentuale si attesta circa al 47% sulla sostanza secca (s.s.), ossia escludendo tutta l’acqua dal prodotto.
Ingrediente indiscusso per la realizzazione dell’autentica fonduta valdostana, la fontina può essere prodotta da agricoltura biologica ed anche in alpeggio. La pasta è semicotta, poiché la cagliata, dopo la rottura, è riscaldata ad una temperatura compresa tra 46 °C e 48 °C che ne favorisce lo spurgo, consentendo una stagionatura del formaggio più lunga.
Le forme riposano in magazzini o locali naturali (ex miniere dismesse) per almeno tre mesi e durante la stagionatura sono lavate periodicamente con spugnature di acqua e sale; per questo trattamento prende il nome di formaggio a pasta lavata, che gli conferisce una crosta di colore rossiccio e il suo caratteristico odore proteolitico.
G. Brillat Savarin, nella sua più celebre opera, “La fisiologia del gusto” (1825) ci parla della “fondue” come prelibatezza fatta con uova e Gruyère, in un rapporto di 3 ad 1, con aggiunta di burro. Pellegrino Artusi, ne ”La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” (1891), spiega invece la ricetta di origine piemontese, in cui al posto del formaggio svizzero è usata la Fontina, e ribalta le proporzioni, poiché il rapporto tra formaggio e uova (solo tuorli) è di 1 a 4.

In Alta Savoia, nella regione Rhone-Alpes, nasce il Reblochon de Savoie AOP (Appellation d'Origine Protégée), ingrediente base di un piatto dalle recenti origini: la Tartiflette.
Formaggio a pasta molle, pressato, ottenuto da latte vaccino crudo intero, prodotto esclusivamente da razze di montagna (Abondance, Montbéliarde, Tarine) alimentate principalmente con erba in estate e fieno in inverno.
La percentuale di grasso è del 45% sulla s.s. e la stagionatura minima è di 15 giorni. Durante questo periodo la crosta viene periodicamente lavata con acqua e sale.
Se è prodotto da un solo pastore-casaro, manualmente, dopo ogni mungitura e con il latte proveniente da un unico gregge, viene chiamato Fermier e può fregiarsi del disco di caseina di colore verde, mentre se è prodotto a valle con latte proveniente da diverse zone di produzione è chiamato Laitier  ed ha il bollino rosso.
Le sue origini ci spiegano il nome. Nel XIII-XIV secolo i contadini della valle di Thônes erano costretti a pagare un affitto per il pascolo degli animali, stimato in funzione della quantità di latte prodotto (un esempio di mezzadria). Per corrispondere al padrone del terreno una somma di denaro minore, veniva eseguita una mungitura incompleta, che poi terminarva una volta che il proprietario se ne era andato. Il latte eccedente da questa frode era poco ma ricco in grassi e doveva essere subito trasformato in formaggio, di dimensioni contenute, che prese il nome dialettale di Reblocher, cioè seconda mungitura.

Nella svizzera meridionale, precisamente nel Cantone Vallese (confine Italia-Francia) è prodotto il formaggio RACLETTE DU VALAIS AOP, un formaggio di montagna molto antico (Medioevo) a pasta semidura prodotto con latte vaccino crudo (pastorizzato quello non AOP), intero. Formaggio a pasta cruda, le cui forme vengono pressate e stagionano minimo 3 mesi.
Grazie al suo tenore di grasso (superiore al 45%) è stato tradizionalmente usato come pasto completo dai pastori locali che lo consumavano riscaldando mezza forma sul fuoco vivo.
Il prodotto arrivò ad essere consumato anche nelle altre valli, ma solo nel primi del '900, per divenire, ben presto, uno dei simboli culinari tipici della Svizzera.
La parola francese Raclette (lingua del cantone) deriva dal verbo “racler” che significa "raschiare", da cui l’omonimo procedimento per gustarlo. 

Ringrazio Andrea Russo, gastronomo esperto, per la collaborazione alla realizzazione di questo testo.







Raclette


Ingredienti per 6 persone

500 g di formaggio Raclette, 2 ciabattine (peso 200-250 g ciascuna), 100 g di cipolline sottaceto, 100 g di broccolo romanesco, 3 coste di sedano, 3 carote, 1 finocchio
Prepara  il broccolo sbollentandolo per 5 minuti in acqua salata; pulisci sedano, carote e finocchi e lasciarli immersi in acqua, scolandoli solo al momento di portare la raclette in tavola. Scava la parte centrale dei pani aiutandoti con un coppapasta e un coltello. Taglia il pane tolto a bastoncini e tienilo da parte. Affetta il formaggio e riempi con esso la cavità dei pani, avvolgili nella carta argentata e poni in forno statico a 200 °C per 200 minuti circa. Verifica che il formaggio sia fuso, quindi rimuovi la carta argentata, aggiungi nella teglia i pezzetti di pane messi da parte e lascia ancora in forno per 5-10 minuti, affinché il pane sia ben dorato e il formaggio del tutto sciolto. Metti immediatamente le ciabattine a centro tavola con le crudité, le verdure e i sottaceti.















Tartiflette

Ingredienti per 6 persone

1 kg di patate (miste a pasta gialla e a pasta viola), 600 g di pane di segale, 500 g di Reblochon, 100 g di pancetta (o guanciale), 100 g di cipolle (misto di cipolla bianca e di Tropea), 100 g di vino bianco secco, noce moscata insalata verde mista, olio extravergine d’oliva
 Sbuccia e taglia le patate a fette, affetta le cipolle a rondelle. In una padella, soffriggi la pancetta per 5 minuti, aggiungi le cipolle e lascia dorare. Sfuma con il vino e porta avanti la cottura a fuoco dolce fino a quando le cipolle saranno morbide e leggermente caramellate. Poni le patate in una teglia rivestita con carta da forno, condisci con sale e pepe e cuoci a 200 °C per 30 minuti circa, girandole a metà cottura in modo che non anneriscano. 
 
 Taglia il Reblochon in due nel senso dello spessore, mantenendo la crosta. Tienine metà da parte e affetta il restante formaggio in piccoli pezzi. In una pirofila, alterna strati di patate, pancetta e cipolle con i pezzetti di Reblochon; condisci con la noce moscata e completa con la metà del Reblochon posto con la crosta rivolta verso l’alto. Inforna per 20 minuti a 180 °C in modo che il formaggio fonda e diventi dorato in superficie. Servi caldo con il pane di segale ed un’insalata verde.

























Fonduta valdostana


Ingredienti per 6 persone

500 g di Fontina Dop, 300 g di pane tipo baguette, 300 g di pane di kamut o integrale, 200 g di speck, 8 tuorli, 200 g di latte, 80 g di burro, 2 mazzi di salvia freschissima
 Taglia la fontina in una piccola dadolata oppure in fette molto sottili e lasciala per almeno 3 ore a bagno nel latte. Trascorso questo tempo, unisci il burro e i tuorli e poni il tutto su fuoco moderato a bagnomaria, senza far bollire l’acqua (se possibile controlla la temperatura con un termometro, fino a raggiungere i 70 °C circa). Gira per far sciogliere il formaggio, e continua ad amalgamare fino ad avere un composto uniforme. Se la consistenza non è del tutto uniforme, fai alzare ancora la temperatura fino a 75-80 °C, perché dovrai ottenere una crema molto fluida e affatto filante.  Mantieni in caldo.

Prepara con i pani dei quadrotti di 3 cm di lato; passa al forno la metà di essi per tostarli e lascia fresca la restante metà. Fai un battuto finissimo con la salvia con cui cospargere il pane. Puoi servire lo speck avvolgendolo intorno ai pezzetti di pane tostato.
Metti la fonduta a centro tavola insieme al pane e allo speck alla portata di ogni commensale.

Suggerimenti per la riuscita. La fonduta è un'emulsione a caldo e come tale ha bisogno delle esatte proporzioni di grassi, liquidi, proteine e calore; nel caso in cui grassi e liquidi dovessero separarsi, si può recuperare ripartendo dall'inizio, come nella maionese: metti un recipiente pulito sul bagnomaria, aggiungi un tuorlo, inizia a girare e incorpora a poco a poco la fonduta fatta, facendo alzare di nuovo la temperatura. Le proteine dell'uovo permetteranno all'emulsione di riformarsi.








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